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Le Interviste del Parnaso
lunedì, 21 giugno 2004 venerdì, giugno 11, 2004
Nel labirinto (orgoglio della passata amministrazione) le parole si pronunciano come se ci fossero dei pesi aggrappati ai denti. Da qualche parte, qui vicino, gironzola una cantilena di voci invisibili, forse una preghiera per scongiurare la caduta del meteorite. O affrettarla, perché no. O almeno che si schianti altrove, che non si senta il rumore e i calcinacci non sporchino i davanzali e il telegiornale apra con dolore. Ho chiesto in giro, c’è nervosismo, ma sono in pochi ad aver lasciato la città per paura. In molti, credo, ha prevalso l’orgoglio. L’indifferenza è simulata, il che la rende normativa, più spessa ed efficace, vischiosa, come i sentimenti recitati a teatro. La cantilena mi disturba, mi si attacca alla pelle insieme all’afa, mi fa pensare a un’estasi malata, a un delirio di unanimi febbri malariche. (Mi viene in mente –forse è un antidoto- quella volta che ero appena rientrato da Bologna e ha squillato il telefono, e la voce di F. mi ha chiesto “quanto è giovane il tuo spirito?”, perché, inatteso, era arrivato C. e si festeggiava da Matusel, e io ho preso il treno e sono tornato a Bologna). Scelgo le deviazioni con l’unico criterio di allontanarmi da quel salmodiare malsano che puzza di rancore e mi dà la nausea. E la fortuna mi aiuta: proprio in fondo al nuovo corridoio che imbocco ci sono due giovani mimi, un ragazzo e una ragazza. La cantilena sfuma nel loro silenzio. Quando li accosto simulano il mio ingresso in una bottega di barbiere. Il contrario dell’Apocalisse: un panno caldo (io lo percepisco caldo) intorno al collo, la schiuma da barba distribuita con il pennello, il movimento sicuro, rituale, del rasoio e delle forbici. Infine, il profumo. Questa volta è vero. La ragazza prende dalla borsetta un ampolla e sparge intorno al mio capo appena rasato un aroma fresco di prati e di brezze. Una promessa, o un invito. Significa che la città si salverà e io la lascerò presto, prima che la salvezza venga revocata a causa della colpa di cui si macchierà: opporre alla felicità la vita com’era ieri, il giorno della fine del mondo, del senso svelato subito dimenticato. venerdì, giugno 11, 2004 Testimone: stazitta Ci ritroviamo insieme, seduti a terra con la schiena contro il muro, le spalle che si toccano, parliamo guardando avanti, scivolando lo sguardo sugli oggetti conosciuti, fissandolo ora su particolari inattesi, un puntino luccicante che non ha significato, finché lo sforzo della messa a fuoco lo identifica, il finto brillantino dell’orecchino rotto e perduto qualche mese fa. Là sotto quella credenza scrostata, chi dei due avrebbe dovuto occuparsi di riverniciarla? Da questa altezza il mondo è diverso. Lo sguardo abituato ad appoggiarsi sulle cose è ora costretto a non fidarsi più dell’abitudine. L’abitudine, quanta fatica e quante sconfitte nel tentativo di starne lontano. Eri tu che ne fuggivi coma da una malattia, sempre attento ad indagarne i primi sintomi su di me, rimproverandomi e sollecitandomi a curarmi. C’è un’ombra scura là sotto, la vedi anche tu? Da qui mi sfugge la sua forma, è appiccicata al pavimento, è un insetto…dici che è troppo fermo per avere vita. Ma l’insetto non può che fermarsi di fronte al pericolo, non ha armi per difendersi, o scappa o si ferma, fermo per apparire morto, morto per salvarsi. Mi sento come un insetto che non può scappare. Sto qui ferma ed aspetto. venerdì, giugno 11, 2004 Testimone: Ella Qui, sulla sommità della collina, affacciata al parapetto del Belvedere posso spaziare con lo sguardo e volare con la mente. Cerco... cerco... Non ci riesco... ci sono abissi che l'amore non può superare, nonostante la forza delle sue ali. Sono qui, sola... Le campane della vicina basilica gremita stanno suonando ininterrottamente, onde sonore libere nelle vie dei cieli, fascino suggestivo dell' antico richiamo religioso e comunitario Io sono qui, sola... venerdì, giugno 11, 2004 Testimone: Anyanka Pochi attimi… ancora pochi attimi… e poi… Non ci saranno né echi… né ombre… Soltanto strade vuote… E forse neppure quelle. Soltanto il silenzio e la polvere. Qualcuno si ricorderà un giorno del nostro passaggio e dei nostri errori. Qualcuno… Non riesco ad immaginarmi il viale alberato senza foglie… E' come se fossi costretta a fare un esercizio continuo per immaginarmi come sarà… cosa accadrà… Una realtà spopolata in cui parla solo la voce della paura. Forse… aspetterò l’arrivo del meteorite sull’alta scogliera. Non ho più timore che quello possa essere un posto pericoloso. L’ultima volta che ci andai fu nell’agosto del 2000… ed ero con Debora e Nicola… come direbbe Bradbury… l’aria sapeva d’estate. Non ebbi il coraggio di rimanere… ho sempre sofferto di vertigini… ma… ora… non ha nessuna importanza. Ho fatto un giro di telefonate. Siamo terrorizzati. Molti cercheranno di scappare ad ovest, ma sanno che è tutto inutile. Altri aspetteranno l’arrivo del meteorite a casa… Aspetteranno… Ascolto impressionata la voce del mio cuore. La città è immobile. Tutto tace. I giardini pubblici sono deserti. Le altalene sembrano di pietra. Di fronte alla mia casa c’è una donna… ferma… sul portico. Guarda in alto. Sembra una figurina, una bambola di vetro… Forse, siamo tutti di vetro! Le persone, dicono, migliorano quando sono vicine alla fine. Non saprei. Le famiglie sono più unite. I bar sono pieni di volti pronti a bere tutto quello che esce dalla televisione… Notizie. Notizie. Notizie. Chiudo gli occhi. Appoggio la testa sul cuscino. Cerco di captare le singole voci. Qualsiasi rumore. Qualsiasi suono. Mi mancano i pettegolezzi, il profumo della crema solare, il colore dei costumi, le discussioni e perfino il lavoro. E' come se fossi costretta a fare un esercizio continuo………… venerdì, giugno 11, 2004 Testimone: oanonimo Tornai nella mia città d’origine in treno, con un bagaglio leggero, spinto dalla prospettiva di assistere all'evento straordinario, anche se laggiù non conosco quasi più nessuno, se non il rumore dei miei passi sull’acciottolato delle viuzze strette che portano l’odore del mare. Giunsi ieri nella mia casa dell’infanzia ora raramente utilizzata, in tempo per comprendere che il sindaco, munito di appositi poteri, aveva suscitato un discreto allarmismo in tutta la popolazione. Al mattino presto del giorno previsto per l’evento la cittadinanza era già sciamata in panico per le vie. Affacciato alla finestra da dove cercavo di valutare la situazione, rumori assordanti di voci e di motori indicavano la confusione e la certezza di dover badare per una volta solo a me dava un senso di ebbrezza. Preferii non immergermi nel vociare, anzi nelle colluttazioni di gente attruppata in preda al caos ed all’incredulità scandalizzata che cresceva con l’accorciarsi delle ore prima del temuto impatto. C’erano persone contuse, quasi calpestate nei viottoli gremiti di danzatori impazziti, eccitati da quel mors tua vita mea. Un classico dei luoghi dove non succede mai nulla e ad un tratto sta per succedere qualcosa che ha a che fare con l’incombente grandezza del mito apocalittico. Eppure non sarebbe stato nulla più d’un grosso sasso a colpire il centro cittadino. Dopo qualche ora il vociare era andato scemando e pure il disordinato rumore puzzolente dei motori e le sirene d'ambulanza s'erano rarefatti. Gli ultimi richiami percepibili indicavano che la calca s'era incanalata sui percorsi per lasciare la città, secondo i piani e dietro un manto attutito di silenzio. Potevo scendere in strada. Verso la collina che sovrastava il capo ad est si vedevano le ultime macchine in coda e la fila si snodava su per la salita verso il passo, per sparire dietro il dorso di collina, le grosse cilindrate dei maggiorenti più avanti nella salvezza, le utilitarie ultime, alle prese con rapidi bisticci nella strettoia, dove si misuravano per la precedenza nel tratto di cantiere dei lavori ancora e sempre in corso, dopo la frana di 25 anni prima. Un grappolo di donne di popolo risaliva il fianco della collina e potevi distinguere loro addosso, stagliato nella luce, il profilo morbido dei bimbi più piccoli, le manine affettuosamente aggrappate al collo. Hanno scelto d'allontanarsi a piedi senza bagaglio, incamminandosi di buon'ora come per una divertente passeggiata che i piccoli, lontani dal caotico trambusto, avrebbero preso per un divertente gioco collettivo..... Altri s'era imbarcato al porticciolo per raggiungere via mare hotel e bungalow requisiti per l’occasione sull'altro capo della rada. Alcuni feriti nella calca al culmine del panico, uscendo dalla messa, erano già stati accompagnati all’ospedale della città vicina. Purtroppo l’ospedaletto cittadino è chiuso da circa un decennio per fallimento, dopo fior di tangenti sui macchinari ancora sotto cellophane, pagate a democristiani e socialisti della precedente oligarchia ... Ospedale che vai i partiti li ritrovi sempre… sotto il cellophan. Nelle vie della città ora regna ora una gran calma. Anche l’Ufficio Amministrativo Centrale, se Dio vuole, sarà spianato, con la sua brutta facciata d’architettura fascistoide. I pullman dei burocrati erano partiti all’alba, preceduti dal carico delle principali autorità degli uffici di governo e dalle cariche elettive. Subito dietro venivano in convoglio i trailer dell’archivio, zeppi di carte. Durante il tragitto si era deciso, con apposita delibera, di arieggiare quelle carte, prima d’essere nuovamente riposte in qualche altro scantinato, a perenne testimonianza della civiltà amministrativa locale….. Addio indisturbate muffe di imperturbabili parole, addio arie di quei monti e carte grevi di zaffate di salsedine, che se non il ramo della semplificazione, volto da mezzogiorno a sera, almeno l’ostensione bromosalsojodica avrebbe rivitalizzato, per conservarle quali sindoni di pubblico sapere per il prevedibile godimento dei solerti ricercatori di peli nell’ovo del futuro….. Gironzolo senza meta, godendomi le ultime ore della città minacciata dell'impatto che tra breve ne avrebbe distrutto una sia pure minuscola porzione centrale (la zona era stata individuata cone ammirevole precisione e circoscritta con cavalletti metallici), per imprimermi fotogrammi del passato ed assaporare lo stupore di quel fuggire quasi dissennato dal presente. Percorro il viale alberato di platani maestosi e giungo davanti alla stazione deserta. I ferrovieri, con l’ultimo treno di iersera, hanno proclamato lo sciopero generale di tutte le sigle. Il rischio di frammenti sulle rotaie non lontane dal centro storico peraltro sconsigliava di far transitare treni, cosicché azienda e sindacati, in nome delle restaurate relazioni industriali, s'erano accordarti per far coincidere la serrata di sicurezza con uno sciopero, accordandosi persino sullo scostamento sull’adesione, da dichiarare agli organi d’informazione, dove naturalmente deve risultare quella discordanza a significare che le parti sono sovrane ciascuna dei propri numeri e perciò non disponibili neppure a convenire sull'obbiettività dei dati numerici. Trattare vuol dire partire da posizioni opposte a tutto campo. Gli studenti sono stati evacuati con appositi battelli-dopo-scuola, suddivisi per ordini, sezioni ed aule e condotti a mezz’ora di mare, in un porticciolo turistico minuscolo e tranquillo riparato dai venti e dalle onde. Ragazzi, donne e burocrati e scartoffie praticamente in salvo, meglio che nelle burrasche. I maschi invece ad arrancare sulle auto fumiganti imbottite di bagagli su e giù per la capricciosa ondulazione della strada che per un bel tratto rivaleggia con la dorsale della costa capricciosa. Quelli non stipati sulle auto hanno ripiegato su mezzi di fortuna, chi con moto e motorini, chi pattini elettrici, chi cavalcando gli animali ospitati nel modesto zoo cittadino, ponendo così in salvo anche le cavalcature. I più bizzarri, animati da spirito d’avventura, sono fuggiti sui cavalli, altri montando ogni animale provvisto di pelo capitato loro a tiro nel parapiglia del primo mattino che aveva reso inquieto anche lo zoo. Gli animali più aerodinamici portavano i loro cavalieri attraverso piantagioni di girasole che ora paiono tanti butteri dispersi sulle ondulate alture, macchie donchisciottesche cavalcanti nel sole tra i pendii dei sentieri a saliscendi che corrono a mezza costa, da dove frattanto pare si addensino certe nuvole improvvise grevi d’acqua, solcate da lampi grecati, che non promettono nulla di buono, lassù in direzione di Maastricht, dove pare abiti il diavolo … Eccomi a transitare davanti al museo. Peccato che sarà travolto, poiché sorge proprio all’epicentro dell’area di caduta del corpo celeste. I reperti di maggior pregio che ornavano il porticato furono rubati l’anno scorso ed i falsi calchi, ordinati dal competente ministero in sostituzione degli originali, non sono ancora stati spediti. Le poche mummie rimaste nel piano sotterraneo sono in grandi sarcofaghi, dal coperchio inamovibile; figuriamoci se non reggeranno per altri millenni addormentate nell’abbraccio di granito … I futuri archeologi potrebbero essere indotti un giorno a rivedere i confini del regno dei Faraoni, aggiornandone il resoconto dei flagelli. Il cinema multisala, dove s’è svolta, in quella più capace, la due giorni dello show politico di Forza Calzamaglia è anch’esso deserto, come pure spente le vetrine di negozietti e botteghe specializzate della galleria: quello dei tricicli li ha venduti tutti, la Casa della Margherita è senza un fiore, il tabaccaio è scappato con le marche da bollo e le sue sigarette mortifere, il discount pare un emiciclo vuoto, i vari scaffali in attesa di impossibili forniture. I prezzi in euro stanno lì sornioni sui loro cartellini ammiccanti ad attendere merci e consumatori che non arriveranno…. La galleria ormai risuona soltanto dei miei passi. Esco e riprendo il cammino all’aperto, verso la spiaggia che costeggia il lungomare. Dal vicino zoo cittadino, ormai ridotto ad ospitare animali mansifatti, viene il tanfo dei quadrupedi presi d’assalto dai butteri improvvisati nella civica fuga. Gli elefanti erano stati già prelevati da Swarowski per fare cristalli con gli occhi di perlina da vendere nel paese dell’illusione, mondo raffinato dove andavano di gran moda anche gli acchiappapolvere a forma di orsi bruni, tartarughe verdi, tigri bianche, foche monache, calamari, totani, polipetti, cozze, canolicchi e vongole veraci …. Allo zoo erano rimasti, prima dell’evacuazione, soltanto buoi, somari, asinelli e qualche vacca, per contribuire alla fornitura autarchica di latte, carni, pelli e derivati, ora persino divenuti preziosi veicoli di salvezza. Pecore e maiali non ce n’erano da tempo nella città, a loro preclusa in seguito a due devastanti epidemie. Per le rigide norme del cordone sanitario vigeva tuttora il divieto d’ingresso per questi rischiosi animali nelle città minori, prive di strutture non adeguatamente attrezzate per il rigoroso monitoraggio preventivo. Quando serve una pecora o un maiale basta accordarsi con il Ministero delle risorse agricole, deputato a gestire l’apposito allevamento unico centralizzato, nella capitale. La richiesta d’un maiale, ad esempio, va corredata dal relativo pagamento e subito un maiale tra tanti lo si trova in quegli stabbi. Così per le pecore, ché anche quelle non sono da meno dei porci. Ma eccomi frattanto in Piazza Grande, dove troneggiano la biblioteca, i palazzi sedi di rappresentanza delle principali consorterie, banche, loggia P3 e delle altre corporazioni, merciai, musici, cardatori di lana, notai, commercialisti, legulei, ecc…. Le facciate sono chiuse sulla loro solennità architettonica. Tra esse troneggia il Duomo romano gotico, il bel portale sbarrato, il rosone che pare intarsiato di fili di marmo e lo diresti un diffusore di salmi che pregano da secoli cosicché, se uno ha piacere di ascoltare l’eco di un rito, potrebbe farlo anche all’aperto. Imbocco il viale alberato che si apre sulla piazzetta del mercato. Le bancarelle sono vuote, perché i commercianti hanno preso euro per lire e si sono affrettati a riporre le loro residue mercanzie con un paio d’ore d’anticipo sul termine di sgombero, dopo aver venduto tutta la merce deperibile al 50%, prezzi di saldo, ossia al prezzo pieno prima della “conversione” in Euro, così da trasferire sul consumatore il rischio di marcescenza … Passeggio costeggiando lo stadio anch’esso vuoto come una zucca, la cinta tappezzata di scritte che sembrano murales … Prenderei volentieri un gelato o un dolce con panna, ma non c’è più un solo bar aperto… Entro nei giardini pubblici, districandomi senza troppe esitazioni nel tortuoso labirinto di siepi di bosso che occupa la porzione laterale, verso monte: un’altalena ancora dondola nella piccola radura tra i giochi abbandonati dai bimbi strappati da mani d’ansia ed il toboga non riecheggia più delle spensierate grida di gioia dei ragazzi …. Decido per un giretto nell’attiguo parco: aiole bellissime, piante di rosa vestite di colori e profumi e tulipani che si ergono sugli steli con un portamento quasi sfacciato, tanto diresti pieno di voluttà, calici carnosi stagliati nella luce come coppe procaci che la notte mesce di rugiada. Aleggia su tutti il profumo intenso, inebriante, di bergamotto combinato con quello dei generosi fiori di magnolia e l’aria sente di limone come se dalla fontana sprizzasse acqua selvaggia di colonia. Una brezza leggera spinta dal possente getto mi circonfonde ed ottunde i sensi. Una figura avanza col passo di chi danza agli scrosci della fontana… Convergo macchinalmente nella sua direzione e riconosco il bibliotecario che non incontravo da lungo tempo, l’uomo più dotto della città, che tutti credevano depresso e paranoico. Conduceva vita riservata tutta spesa nel sapere, immerso per molte ore al giorno, perfino certe notti, nella sua ricca biblioteca fortunatamente mandata in salvo, tra codici miniati, tomi legati in tela impressa di ghirigori dorati, faldoni apparentemente anodini, ma zeppi di documenti di valore pressoché inestimabile, brevi ai principi, bolle imperiali, verbali di concili, anatemi papali, magne carte, ricette di veleni, vite di santi, prolusioni di baroni, prediche pasquali, carte dei vini, omelie d’abati, canti dei natali, ricette afrodisiache, discorsi temporali, odi barbare, prose romane, salmi responsoriali, leggi palatine, trattati sulla guerra, mappe stellari, diari di viaggio, rotte di galere, racconti di crociate, frammenti d’aubusson e piviali iridescenti, allegorie di regime, sentenze supponenti, miniature in capo dei trattati, interrogatori roventi, copie di decreti, bandi decretali, fili d’oro e chiose su broccati, gazzette ufficiali, mottetti sui peccati, erbari e manuali curativi, ali di farfalla, racconti di gazzarre, pelli di lucertole basite, mute di basilisco e rospi rinsecchiti, dichiarazioni d’amore, ricette per frittelle, biglietti delle suore ed ogni altra collazione e trascrizione e fragmenta che la famiglia antiquaria non ne farebbe certo senza. Negli armaria delle carte e dei reperti di sì gran pregio, tutti posti in salvo, v’era un codice tenuto per autentico delle profezie di Nostradamus, oggetto delle minuziose ricerche di questo umile e colto umanista, la cui civica considerazione era tuttavia di gran lunga sotto il merito, poiché tenuto dalla sua città per un misantropo schizoide …. Al mio rispettoso cenno di saluto risponde con un sorriso breve ed ammiccante ed io istintivamente mi volto e prendo a seguire la sua orma, come se avessi ricevuto un suo ordine: sento che mi sta come trasciando sulla sua via. Una forza muta e subitanea governa i miei passi e ne seguo il solco. Si sta dirigendo dapprima lento, via via accelerando, verso il mare. Io sempre al seguito, come incapace di deviare. Passiamo dal belvedere, dove lo sguardo si schiude sul mistero delle maree governate dalla luna, onde i segni lasciano scisti profondi per l'ira delle burrasche flagellanti, come quella che ha preso a brontolare ancora al largo, che già incupisce un bel tratto d’orizzonte dividendolo in luce ed ombra. La spiaggetta riparata accoglie minuscoli crostacei incessantemente scambiati tra il rullare dei sassi, pegno di eterno principio vitale che da sempre il mare porta in terra, accarezzandone i sassi con moto perpetuo, incessante abbraccio che l’onda avvolge e lascia per ritornare a lambire…. Lo seguo sempre, come un automa; non si volge mai indietro, sicuro come una guida. Io soffermo lo sguardo al belvedere, dove l’occhio spazia per catturarne l’angolo d’orizzonte che concentra giochi di luce minerale sulla cala. L’orizzonte già rilancia ombre colorate di rossiccio sulla guancia del basalto. Ora il passo d’entrambi è velocissimo; io arranco, salgo trafelato all’erta che conduce sul punto più alto della scogliera, le gambe tremano, non per la fatica, bensì per l’emozione di quella camminata senza una meta consapevole: non io scelgo il mio cammino; sento che si compie per decisione altrui, memoria d’infanzia, quando il bambino fiducioso è condotto dalla mano affettuosa, che pure vorrebbe vincere, per affrancarsi dalla prigionia d’una guida erma e dolce, mentre la testolina ribelle cercava con lo sguardo scorci di eventi del mondo dei grandi, per intuirne sussurrati misteri di vita, discorsi rubati ai confusi bisbigli, turbinio d’emozioni velate e presto svelate caoticamente, come se la vita si dovesse concentrare nel breve spazio d’un sogno al guinzaglio ed il tempo essere percepito come una lusinga dormiente, risveglio improvviso nel frusciare d’amori, passioni, parole ed atti abbandonati alla dolcezza d’istanti rubati al tempo, nell’attesa d’appropriarsi d’un fazzoletto d'eternità …. Eccoci al punto più alto della scogliera, dove il rabbioso sferzare dell’onda manda schiume di burrasca ed il volume impetuoso delle acque si frange in onde come tanti abbracci insistenti e rabbiosi. Lavano ruzzoli di pietre, ricadendo come un maglio sui massi giù, al piede della calanca scavata dai tonfi di macigni liquidi. L’odore di mistero si potrebbe trangugiare con l’aria…. Sono assorto, intontito, sfinito e mi pare di essermi sorpreso ad avere paura…. Una vertigine s’impossessa del mio essere un niente che trema… La mano amica mi si posa sulla spalla, mentre credo di cadere…. il capo è oltre la ringhiera corrosa e traballante, il finto riparo cede al sale della ruggine … Vorrei tornare su rovinosamente ribellandomi, ma sono già oltre la fradicia ringhiera … vedo occhi accesi di angelo indemoniato e il suo ghigno è diabolico come una sentenza inappellabile, la mano ancora protesa nella spinta insana ed improvvisa che schiantò contro di me il precario, inutile riparo sul punto più alto della scogliera, giù verso l’abisso dove le onde gorgogliano ritmicamente sulle grandi pietre…
venerdì, giugno 11, 2004 Testimone: Marina Guardo, dalla finestra, il cortile dal cielo a trapezio. venerdì, giugno 11, 2004 Testimone: nur00 Quella mattina il sole era accecante. Parlai ai miei genitori. Li ringraziai per tutto quello che avevano fatto nella mia vita e gli dissi che mi avrebbe fatto piacere rincontrarli da qualche altra parte, e che li amavo. Qualcosa che una volta nella vita bisogna assolutamente provare. venerdì, giugno 11, 2004 Testimone: colfavoredellenebbie " Ssìssìssì…lo so, lo so… lo so che sono sempre in ritardo. Non lo sapessi, ma lo so. La parola “ritardo” ha sempre segnato la mia vita . Dall’annuncio della mia nascita in poi… Tutte le mamme con la mano palpitante sul cuore dicono “Tesoro, fra un po’ saremo in 3, in 4, in 5 (dipende dai transiti della luna, si sa…)…, la mia no…la mia ha detto…. “Accidenti…cosa vorrà dire ‘sto ritardo’ ”? e dopo 8 mesi e qualche giorno fuori termine sono nato io. Come…come dice?... No, non sento bene. Qui tutto è disturbato e questa polvere grigia pizzica, dio se pizzica, e brucia anche un po’…gli occhi, si, brucia gli occhi. Ecco , appunto, dicevo…. io ho eliminato gli orologi dalla mia vita, sì…perché vedere quell’ andare e tornare, quell’andare e tornare di numeri, uno sull’altro, in fila indiana, mi è fastidioso, troppo fastidioso, quasi come una persona che raccoglie col cucchiaino lo zucchero nell’ultima goccia di caffè…clang clang… il cucchiaino batte i bordi…. sì sì, anche i minuti, battono i bordi e fanno clang clang…e io basta, niente orologi, no-no-no-no e niente calendari… e poi, e poi cosa me ne faccio dei calendari, io, nella saletta sotterranea della biblioteca..? Nulla. Non servono a nulla…Io sono il Grande Lettore, il Selezionatore dei testi che si diramano in ogni punto informatico di lettura… Io non esco mai…che esco a fare?…Io respiro l’aria che mi serve, qui, e non ho orari... Il cibo, dice…beh…mica è un problema…dalla mensa arriva quello che mi serve…già, lo sarà ora, forse, un problema … mah… Sì, certo che mi dispiace… Ovvio che mi dispiace. Ma avevo rimosso… stavo leggendo un vecchio libro, koff koff…fastidiosa questa polvere… e, sì, ho sentito l’ultimo allarme, davvero l’ho sentito…ma il libro mi teneva…mi chiamava… Lo sanno tutti che amo Bufalino, via… lo sanno tutti…. Le ultime righe di Argo, poi… E così mi sono dimenticato di uscire: era pronta la valigia....Ho sentito quel boato e insieme lo screpolarsi di un cristallo ….sono corso fuori….Difficile dire cosa stia succedendo…solo questa polvere di cristallo… aria azzurra. Sì, comandante, capisco…La colpa è solo mia….dovevo ricordare l’orario di partenza…L’ultima astronave…già… sempre in ritardo… Ah, la sento sempre più lontana…Il cellulare spaziale sta spegnendosi…Koff koff…è polvere che taglia, ….peccato. Sì, gentile a preoccuparsi per me… Posso regalarle quest’ultima frase, gliela leggo?….Non c’è tempo? Ah, buon mondo nuovo, allora,… comandante…. Lei dice il tutto per il nulla? La vita per una frase? Forse…o tutta la vita in una frase? La leggerò comunque, per voi, guardando verso l’alto… Primo sole a sinistra di Sirio? Bene, vi penserò… ma non dica che questa è solo una frase…no, non lo dica, per favore… clic. “Tu, poca, misteriosa vita, che posso dire di te?....Odiabile, amabile vita! Crudele, misericordiosa. Che cammini, cammini. E sei ora fra le mie mani: una spada, un’arancia, una rosa. Ci sei, non ci sei più: una nube, un vento, un profumo….Vita, più il tuo fuoco langue più l’amo. Gocciola di miele, non cadere. Minuto d’oro, non te ne andare…” venerdì, giugno 11, 2004 Testimone: Alp -Salaam aleikom, Baba..che c'e' di nuovo oggi? Meteorite?da?vollere pikkolo meteorite taskabile, gonfiabile, rigenerabile? In nostra piccola patria dei padri di Grrande Russia, (Si intravede sullo sfondo un disgustoso Puffo verde ,gonfio e lercio, che raccoglie firme Nel mentre, una gentilissima vecchietta sopravvissuta all'emergenza caldo dello scorso anno venerdì, giugno 11, 2004 Testimone: Momi Sette euro sette per un posto nella fila centrale, effetti speciali sensoriali garantiti dalla tecnologia avanzata che fa del drive in "Paradiso" il massimo che si può avere qui in questo posto per tutto il resto dimenticato da Dio e dalla toponomastica. Con il microchip inserito nell’orecchio pare si possano provare emozioni, più forti sensazioni dei protagonisti di celluloide stessi. Le previsioni meteorologiche danno "leggermente perturbato", io e te però non ci facciamo scoraggiare mentre la maschera stacca il nostro paio d’ore di divertimento al sapore di pop corn. Niente film "socialmente impegnati" stasera. La scelta l’hai fatta tu, "The day after tomorrow", ma ammetto che se racconta di una glaciazione, in questo pomeriggio che ci cola addosso, un brivido di un futuro anteriore non potrà che farci bene. Scorrono i titoli di testa, s’inizia. Acufeni nel mio orecchio destro, quello con il microchip inserito, vorrei toglierlo ma non riesco, come se percepissi qualcosa che devo assolutamente sentire. Suoni che sembrano provenire da lontano, poi piano piano sempre più distinti. Morti e catastrofi in trentacinque millimetri si susseguono. Ti stringo la mano, non so perché, da due settimane parliamo anche di separarci. Cade qualcosa, sembra pioggia, no, non bagna, forse sabbia portata dal vento. Inizia a fare scuro, decido di chiudere gli occhi e immaginarmi là con l’eroe che cerca di portare in salvo la bella di turno. I sibili all’orecchio stanno diventando insopportabili, ma non posso, non riesco, cimice attaccata in intercettazione planetaria. Sogno. Sento muovere la terra, eccezionale il dolby sorround del Paradiso, pare persino che la sedia voglia staccarsi dal suolo, mi strappa la tua mano. Sogno. Sento urla in sottofondo, qualcuno grida "…meteorite…", forse avrà voluto dire "meteorologo", per le previsioni troppo ottimistiche, rumori assordanti, sempre di più, sogno. Un ultimo tremendo frastuono, silenzio. E’ finito il film. Apro gli occhi. Sono persa nell’eco di qualche stella, quella che parla è la mia anima... (stati emozionali di alcuni blogger nello stesso attimo in cui la terra sta per essere colpita da un meteorite... venerdì, giugno 11, 2004 Testimone: melusinach Dondola l'altalena un po' cigolando. venerdì, giugno 11, 2004 Testimone: justannie Interno sera. Lui e lei a tavola, dopo cena.
- Amore, devo parlarti… - Se non vuoi mettere i piatti in lavastoviglie, preferirei che me lo dicessi senza tanti giri di parole. Con questa, sono novantasette volte in quattro anni che salti il tuo turno. E non mi rispondere che in cambio mi fai la pizza. - No, non è questo. E’ che devi prepararti al peggio. - Vuoi dire… neanche la lavatrice? Mi sembrava che il nostro ménage a due fosse improntato ad un modello di condivisione domestica delle responsabilità. Quello con l’approvazione della Federazione Italiana Psicoterapeuti della Coppia e la certificazione Iso2000 rilasciata dal Mondo di Quark; compilammo il coupon su “Chi”, te lo ricordi? Ma no, certo! E’ più comodo fingere di non ricordarselo, come è più comodo continuare a poggiare i calzini sul sacco della biancheria sporca, quando basterebbe una lieve pressione della mano per farli cadere all’interno. - Ma ascoltami, ti prego. Solo pochi minuti e un meteorite precipit… - E no, amore! Adesso basta. Ogni settimana la stessa storia. Una volta è il tornado, un’altra è l’eruzione del vulcano, poi l’invasione degli uccelli, l’alluvione, il terremoto, le cavallette, il maremoto, le fogne, la slavina assassina, i gas letali… e neanche mi ricordo più a quante piogge di meteoriti ho assistito nei mercoledì estivi di Canale 5. - Ma dammi retta, questa volta è tutto vero. Secondo i calcoli degli scienziati, la traiettoria… - Te la descrivo io la traiettoria, e senza essere uno scienziato. California, il meteorite cadrà in California, perché tutte le calamità naturali di questo pianeta si danno appuntamento a Los Angeles. E noi qui ce le beviamo. Ma credi, forse, che gli americani s’interessino alle voragini nell’asfalto che si aprono a Napoli? Seeeeeee… - Amore, ti prego, non fare dell’ironia. Il meteorite sta per cader … - Senti, amore, se mi stai dicendo che ti vuoi accaparrare il televisore del soggiorno anche stasera, prenditelo senza tante messinscena, io me ne vado in camera e adesso che ho la derivazione dell’adsl, sai che ti dico? Che il televisore posso buttarlo pure giù dalla finestra. Però ricorda che è così, è così, che la coppia scivola lungo i pericolosi sentieri dell’incomunicabilità. Karl Popper ci ha ammoniti: “Cattiva maestra televisione”! E Pio XII, cinquant’anni fa, diceva nell’enciclica “Miranda Prorsus” che questi moderni media possono condurre l’uomo nel regno della luce, del nobile e del bello, come possono condurlo nei domini delle tenebre e della depravazione, alla mercé di istinti sfrenati…
E’ a questo punto che lui, anche per onorare la lungimiranza della “Miranda Prorsus”, toglie ogni briglia ad impulsi a lungo trattenuti, afferra un tovagliolo e imbavaglia la sua deliziosa compagna, quindi la lega all’attaccapanni. Lei continua ad emettere mugolate invettive contro Canale 5, i palinsesti estivi, Fabrizio Del Noce, Mediaset, il Presidente del Consiglio, George Bush, i padri pellegrini del Mayflower.
Certochepperò la situazione si presenta irresistibilmente stuzzicante…
…
Questa sera d’inizio estate, all’interno 10 di un condominio tra tanti della Città dei Testimoni, i televisori rimangono spenti, e perfino i pc. Se cade il meteorite, lui e lei non se ne accorgono (quanto all’essere simultanei, perbacco se lo sono!).
venerdì, giugno 11, 2004 Testimone: Ellie Chicco di Grandine E' una di quelle sere in cui l'abitudine non sa più di niente. Non perchè d'un tratto sia diventata insapore, ma perchè così come sarebbe impossibile immaginare un nuovo colore fondamentale, la scena di diecimila teste puntate verso l'alto (come conigli abbagliati dai fari notturni delle macchine) ha un gusto nuovo che non sa quale parte della lingua stuzzicare. venerdì, giugno 11, 2004 Testimone: feb71 Plipply, la gallinella in bicicletta, oggi correva ancora più veloce del solito. Il foularino rosso a pois bianchi si appiattiva tra le piume del collo e Plipply agitava di qua e di là il lungo becco color arancio. Aveva dimenticato spesso cose poco importanti, come quella di andare a togliere l'acqua che bolliva sul fuoco quando preparava un te', oppure l'ombrellino verdolino sotto il banco dell'ufficio postale, o addirittura, nel negozio dei regalini, i pacchetti che si era data tanta pena di comprare per Natale. Ma mai si era scordata di una cosa tanto importante. Doveva essere per le sei, sì. All'incirca era quella l'ora. Ma quella primavera era scoppiata così all'improvviso e con così tanta virulenza che Plipply ne era rimasta stupita ed ammaliata. E così si era scordata di tutto, di tutte le cose decise quando fuori annottava alle tre, e tazze di te' caldo ne preparava anche quattro al giorno per scaldarsi mentre fuori nevicava. Si era scordata di tutte le cose annotate su un'agendina dalla copertina rigida. Ogni foglio era dedicato ad un giorno dell'anno e Plipply, scrupolosamente, ci aveva appuntato le cose che avrebbe dovuto fare per ogni giorno dell'anno. Venerdì undici giugno, ore diciotto. Sì, era proprio alle ore diciotto e lei avrebbe impiegato ancora mezz'ora per arrivare dall'altra parte della città, lì dove... venerdì, giugno 11, 2004 Testimone: hladik Tutto dipendeva da quel centesimo di grado (re-sol-sol) Tutto dipendeva da quel centesimo di gra - “Ho il cuore in gola ora - risuonavano ancora queste parole alle sue orecchie mentre osservava dai suoi scogli il grande mare, e lo spumeggiare delle onde che gli appariva oggi come l'irrisorio velo del pensiero sopra alla profondità abissale delle emozioni - ma non perché potrai morire, hai voluto dimostrarmi oggi che conto meno di questi posti per te e questo è già avermi fatta morire, ma io morta dentro non lascerò che il mio corpo si immoli allo stesso tuo stupi Erano le ultime parole che lei gli disse Re-sol-sol. Suonava nella sua testa l’arietta dell’ultima sonata. Era stata composta nel 1820, o giù di lì, si è forse qualche anno Chiuse un secon Arrivò ai giardini, l'altalena pendeva immota, nessuno per strada. Re-sol-sol. C'era una cosa in quel movimento della sonata che gli aveva da sempre catturato ogni sentimento. Era il senso di balbuzie di fronte alla fine. Ci sono intere sequenze di quella musica che non si risolvono, che ti lasciano in uno stato di totale sospensione. È la percezione dell'uomo che non sà più dire nulla e che proprio in quell'esatto momento sente che il suo silenzio è la cosa più timida e perfetta della sua vita. E poi quel trillo, lunghissimo, era un sogno quello, ma si rese conto finalmente che quello era il suo desiderio: svanire ma Un occhiata all’orologio. Mancavano due minuti. Forse. Re-sol-sol. E poi ci sono degli istanti di quel tempo di sonata, che un movimento inizia a sciogliersi, ma sì, ma è il movimento di chi passeggia su un prato di margherite prima della sua morte e sente tutta la Alzò gli occhi verso il cielo. Gli parve di vedere la capocchia di uno spillo, bianca, puntata sull’azzzurro del cielo. Giovinezza. Sguardi. Abbracci non dati, ma che belli che erano stati quei pochi. Sospensione del tempo. Una nuvola di luce bianca lo accolse sul trillo. A portare i suoi sogni |