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Blog Evento:

La città dei testimoni simultanei
(Da un'idea di Paolo Galloni)

C’è una città immaginaria, la stessa per tutti, che i blogger che aderiscono al progetto visitano nello stesso giorno, un giorno fatidico, in cui si teme la caduta di un meteorite sulla città.

Nella città ci sono, tra l’altro, la stazione ferroviaria, il museo archeologico, il giardino con il labirinto, il cinema multisala, la Piazza Grande, il viale alberato, il mercato all’aperto, lo stadio, i Bar, i giardini pubblici con l’altalena e i toboga, la spiaggia con il suo lungomare, una scuola dove si insegnano cose diverse e soprattutto in modo diverso, l'Ufficio Amministrativo Centrale, una biblioteca con un bibliotecario un po' depresso e paranoico, il mare, il belvedere dove perdersi con lo guardo e con la mente in un piacevole panorama, la scogliera alla periferia della città, un luogo suggestivo ma molto pericoloso...


I blogger potranno scrivere la propria testimonianza della città, di quello che accade, di come la città vive l’attesa del meteorite, e pubblicheranno il resoconto più o meno alla stessa ora dello stesso giorno, più o meno simultaneamente.

_____________________

Il meteorite è già caduto.
(precisamente sabato 11 giugno, tra le 18.00 e le 19.00, ora locale)

Potrete leggere di seguito le testimonianze che abbiamo raccolto:

Testimoni:
Paolo Galloni  -   stazitta  -   ella  -   Anyanka  -   oanonimo  -   Marina  -   nur00  -   colfavoredellenebbie  -   Alp  -   Momi  -   Ljubas  -   melusinach  -   justannie  -   Ellie  -   feb71  -   hladik  -  

_____________________

Se sei un testimone distratto, se ti sei dimenticato di postare la tua testimonianza... sei ancora in tempo!
Basta che ce lo fai sapere qui così potremo copia/incollarla di seguito a quelle già pubblicate.


lunedì, 21 giugno 2004
 

venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: Paolo Galloni

Nel labirinto (orgoglio della passata amministrazione) le parole si pronunciano come se ci fossero dei pesi aggrappati ai denti.

Da qualche parte, qui vicino, gironzola una cantilena di voci invisibili, forse una preghiera per scongiurare la caduta del meteorite. O affrettarla, perché no. O almeno che si schianti altrove, che non si senta il rumore e i calcinacci non sporchino i davanzali e il telegiornale apra con dolore.

Ho chiesto in giro, c’è nervosismo, ma sono in pochi ad aver lasciato la città per paura. In molti, credo, ha prevalso l’orgoglio. L’indifferenza è simulata, il che la rende normativa, più spessa ed efficace, vischiosa, come i sentimenti recitati a teatro.

La cantilena mi disturba, mi si attacca alla pelle insieme all’afa, mi fa pensare a un’estasi malata, a un delirio di unanimi febbri malariche.

(Mi viene in mente –forse è un antidoto- quella volta che ero appena rientrato da Bologna e ha squillato il telefono, e la voce di F. mi ha chiesto “quanto è giovane il tuo spirito?”, perché, inatteso, era arrivato C. e si festeggiava da Matusel, e io ho preso il treno e sono tornato a Bologna).

Scelgo le deviazioni con l’unico criterio di allontanarmi da quel salmodiare malsano che puzza di rancore e mi dà la nausea. E la fortuna mi aiuta: proprio in fondo al nuovo corridoio che imbocco ci sono due giovani mimi, un ragazzo e una ragazza. La cantilena sfuma nel loro silenzio. Quando li accosto simulano il mio ingresso in una bottega di barbiere. Il contrario dell’Apocalisse: un panno caldo (io lo percepisco caldo) intorno al collo, la schiuma da barba distribuita con il pennello, il movimento sicuro, rituale, del rasoio e delle forbici. Infine, il profumo. Questa volta è vero. La ragazza prende dalla borsetta un ampolla e sparge intorno al mio capo appena rasato un aroma fresco di prati e di brezze.

Una promessa, o un invito.

Significa che la città si salverà e io la lascerò presto,

prima che la salvezza venga revocata a causa della colpa di cui si macchierà:

opporre alla felicità la vita com’era ieri, il giorno della fine del mondo, del senso svelato

subito dimenticato.




scritto da eventualmente | 10:45 | commenti (1) Torna su
 

venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: stazitta

Ci ritroviamo insieme, seduti a terra con la schiena contro il muro, le spalle che si toccano, parliamo guardando avanti, scivolando lo sguardo sugli oggetti conosciuti, fissandolo ora su particolari inattesi, un puntino luccicante che non ha significato, finché lo sforzo della messa a fuoco lo identifica, il finto brillantino dell’orecchino rotto e perduto qualche mese fa. Là sotto quella credenza scrostata, chi dei due avrebbe dovuto occuparsi di riverniciarla? Da questa altezza il mondo è diverso. Lo sguardo abituato ad appoggiarsi sulle cose è ora costretto a non fidarsi più dell’abitudine.

L’abitudine, quanta fatica e quante sconfitte nel tentativo di starne lontano. Eri tu che ne fuggivi coma da una malattia, sempre attento ad indagarne i primi sintomi su di me, rimproverandomi e sollecitandomi a curarmi.

C’è un’ombra scura là sotto, la vedi anche tu? Da qui mi sfugge la sua forma, è appiccicata al pavimento, è un insetto…dici che è troppo fermo per avere vita. Ma l’insetto non può che fermarsi di fronte al pericolo, non ha armi per difendersi, o scappa o si ferma, fermo per apparire morto, morto per salvarsi.

Mi sento come un insetto che non può scappare.

Sto qui ferma ed aspetto.


scritto da eventualmente | 10:44 | commenti Torna su
 

venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: Ella

Qui, sulla sommità della collina, affacciata al parapetto del Belvedere posso spaziare con lo sguardo e volare con la mente.
I pensieri che mi affollano sono concetti estensibili che vanno dal cielo all'inferno, che riuniscono in sé il bene e il male, il sublime e l'infinito.

Cerco... cerco...
cerco dentro di me un pensiero, una speranza che, per ingannevole che sia, possa servire almeno ad assentarmi dall'eterno per una strada piacevole.

Non ci riesco... ci sono abissi che l'amore non può superare, nonostante la forza delle sue ali.

Sono qui, sola...
nessun vuol vedere, nessuno vuol pensare, oggi.

Le campane della vicina basilica gremita stanno suonando ininterrottamente, onde sonore libere nelle vie dei cieli, fascino suggestivo dell' antico richiamo religioso e comunitario

Sono tutti lì, in attesa del meteorite distruttore, del Satana, della forza naturale che presto arriverà e che spazzerà via tutto...
Sono tutti lì che pregano il loro dio, sperando che non si porti via anche le loro anime.

Io sono qui, sola...
affido i miei pensieri a questo vento caldo che si è alzato improvvisamente...
a quel bagliore rosso nel cielo che si avvicina inesorabilmente...
a questo rombo di tuono che sta coprendo il suono delle campane...

Sono qui, sola ...
e affido il mio AMORE di questo tempo finito...
fondendolo sulle ali dell'infinito.















scritto da eventualmente | 10:43 | commenti Torna su
 

venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: Anyanka

Pochi attimi… ancora pochi attimi… e poi…

Non ci saranno né echi… né ombre…

Soltanto strade vuote… E forse neppure quelle.

Soltanto il silenzio e la polvere.

Qualcuno si ricorderà un giorno del nostro passaggio e dei nostri errori.

Qualcuno…

Non riesco ad immaginarmi il viale alberato senza foglie…

E' come se fossi costretta a fare un esercizio continuo per immaginarmi come sarà… cosa accadrà…

Una realtà spopolata in cui parla solo la voce della paura.

Forse… aspetterò l’arrivo del meteorite sull’alta scogliera. Non ho più timore che quello possa essere un posto pericoloso. L’ultima volta che ci andai fu nell’agosto del 2000… ed ero con Debora e Nicola… come direbbe Bradbury… l’aria sapeva d’estate. Non ebbi il coraggio di rimanere… ho sempre sofferto di vertigini… ma… ora… non ha nessuna importanza.

Ho fatto un giro di telefonate. Siamo terrorizzati. Molti cercheranno di scappare ad ovest, ma sanno che è tutto inutile. Altri aspetteranno l’arrivo del meteorite a casa… Aspetteranno…

Ascolto impressionata la voce del mio cuore.

La città è immobile. Tutto tace. I giardini pubblici sono deserti. Le altalene sembrano di pietra.

Di fronte alla mia casa c’è una donna… ferma… sul portico. Guarda in alto. Sembra una figurina, una bambola di vetro… Forse, siamo tutti di vetro!

Le persone, dicono, migliorano quando sono vicine alla fine. Non saprei. Le famiglie sono più unite. I bar sono pieni di volti pronti a bere tutto quello che esce dalla televisione…

Notizie. Notizie. Notizie.

Chiudo gli occhi. Appoggio la testa sul cuscino. Cerco di captare le singole voci. Qualsiasi rumore. Qualsiasi suono.

Mi mancano i pettegolezzi, il profumo della crema solare, il colore dei costumi, le discussioni e perfino il lavoro.

E' come se fossi costretta a fare un esercizio continuo…………


scritto da eventualmente | 10:42 | commenti Torna su
 

venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: oanonimo

Tornai nella mia città d’origine in treno, con un bagaglio leggero, spinto dalla prospettiva di assistere all'evento straordinario, anche se laggiù non conosco quasi più nessuno, se non il rumore dei miei passi sull’acciottolato delle viuzze strette che portano l’odore del mare. Giunsi ieri nella mia casa dell’infanzia ora raramente utilizzata, in tempo per comprendere che il sindaco, munito di appositi poteri, aveva suscitato un discreto allarmismo in tutta la popolazione. Al mattino presto del giorno previsto per l’evento la cittadinanza era già sciamata in panico per le vie. Affacciato alla finestra da dove cercavo di valutare la situazione, rumori assordanti di voci e di motori indicavano la confusione e la certezza di dover badare per una volta solo a me dava un senso di ebbrezza. Preferii non immergermi nel vociare, anzi nelle colluttazioni di gente attruppata in preda al caos ed all’incredulità scandalizzata che cresceva con l’accorciarsi delle ore prima del temuto impatto. C’erano persone contuse, quasi calpestate nei viottoli gremiti di danzatori impazziti, eccitati da quel mors tua vita mea. Un classico dei luoghi dove non succede mai nulla e ad un tratto sta per succedere qualcosa che ha a che fare con l’incombente grandezza del mito apocalittico. Eppure non sarebbe stato nulla più d’un grosso sasso a colpire il centro cittadino. Dopo qualche ora il vociare era andato scemando e pure il disordinato rumore puzzolente dei motori e le sirene d'ambulanza s'erano rarefatti. Gli ultimi richiami percepibili indicavano che la calca s'era incanalata sui percorsi per lasciare la città, secondo i piani e dietro un manto attutito di silenzio. Potevo scendere in strada. Verso la collina che sovrastava il capo ad est si vedevano le ultime macchine in coda e la fila si snodava su per la salita verso il passo, per sparire dietro il dorso di collina, le grosse cilindrate dei maggiorenti più avanti nella salvezza, le utilitarie ultime, alle prese con rapidi bisticci nella strettoia, dove si misuravano per la precedenza nel tratto di cantiere dei lavori ancora e sempre in corso, dopo la frana di 25 anni prima. Un grappolo di donne di popolo risaliva il fianco della collina e potevi distinguere loro addosso, stagliato nella luce, il profilo morbido dei bimbi più piccoli, le manine affettuosamente aggrappate al collo. Hanno scelto d'allontanarsi a piedi senza bagaglio, incamminandosi di buon'ora come per una divertente passeggiata che i piccoli, lontani dal caotico trambusto, avrebbero preso per un divertente gioco collettivo.....

Altri s'era imbarcato al porticciolo per raggiungere via mare hotel e bungalow requisiti per l’occasione sull'altro capo della rada. Alcuni feriti nella calca al culmine del panico, uscendo dalla messa, erano già stati accompagnati all’ospedale della città vicina. Purtroppo l’ospedaletto cittadino è chiuso da circa un decennio per fallimento, dopo fior di tangenti sui macchinari ancora sotto cellophane, pagate a democristiani e socialisti della precedente oligarchia ... Ospedale che vai i partiti li ritrovi sempre… sotto il cellophan.

Nelle vie della città ora regna ora una gran calma. Anche l’Ufficio Amministrativo Centrale, se Dio vuole, sarà spianato, con la sua brutta facciata d’architettura fascistoide. I pullman dei burocrati erano partiti all’alba, preceduti dal carico delle principali autorità degli uffici di governo e dalle cariche elettive. Subito dietro venivano in convoglio i trailer dell’archivio, zeppi di carte. Durante il tragitto si era deciso, con apposita delibera, di arieggiare quelle carte, prima d’essere nuovamente riposte in qualche altro scantinato, a perenne testimonianza della civiltà amministrativa locale….. Addio indisturbate muffe di imperturbabili parole, addio arie di quei monti e carte grevi di zaffate di salsedine, che se non il ramo della semplificazione, volto da mezzogiorno a sera, almeno l’ostensione bromosalsojodica avrebbe rivitalizzato, per conservarle quali sindoni di pubblico sapere per il prevedibile godimento dei solerti ricercatori di peli nell’ovo del futuro…..

Gironzolo senza meta, godendomi le ultime ore della città minacciata dell'impatto che tra breve ne avrebbe distrutto una sia pure minuscola porzione centrale (la zona era stata individuata cone ammirevole precisione e circoscritta con cavalletti metallici), per imprimermi fotogrammi del passato ed assaporare lo stupore di quel fuggire quasi dissennato dal presente. Percorro il viale alberato di platani maestosi e giungo davanti alla stazione deserta. I ferrovieri, con l’ultimo treno di iersera, hanno proclamato lo sciopero generale di tutte le sigle. Il rischio di frammenti sulle rotaie non lontane dal centro storico peraltro sconsigliava di far transitare treni, cosicché azienda e sindacati, in nome delle restaurate relazioni industriali, s'erano accordarti per far coincidere la serrata di sicurezza con uno sciopero, accordandosi persino sullo scostamento sull’adesione, da dichiarare agli organi d’informazione, dove naturalmente deve risultare quella discordanza a significare che le parti sono sovrane ciascuna dei propri numeri e perciò non disponibili neppure a convenire sull'obbiettività dei dati numerici. Trattare vuol dire partire da posizioni opposte a tutto campo.

Gli studenti sono stati evacuati con appositi battelli-dopo-scuola, suddivisi per ordini, sezioni ed aule e condotti a mezz’ora di mare, in un porticciolo turistico minuscolo e tranquillo riparato dai venti e dalle onde.

Ragazzi, donne e burocrati e scartoffie praticamente in salvo, meglio che nelle burrasche. I maschi invece ad arrancare sulle auto fumiganti imbottite di bagagli su e giù per la capricciosa ondulazione della strada che per un bel tratto rivaleggia con la dorsale della costa capricciosa.

Quelli non stipati sulle auto hanno ripiegato su mezzi di fortuna, chi con moto e motorini, chi pattini elettrici, chi cavalcando gli animali ospitati nel modesto zoo cittadino, ponendo così in salvo anche le cavalcature. I più bizzarri, animati da spirito d’avventura, sono fuggiti sui cavalli, altri montando ogni animale provvisto di pelo capitato loro a tiro nel parapiglia del primo mattino che aveva reso inquieto anche lo zoo. Gli animali più aerodinamici portavano i loro cavalieri attraverso piantagioni di girasole che ora paiono tanti butteri dispersi sulle ondulate alture, macchie donchisciottesche cavalcanti nel sole tra i pendii dei sentieri a saliscendi che corrono a mezza costa, da dove frattanto pare si addensino certe nuvole improvvise grevi d’acqua, solcate da lampi grecati, che non promettono nulla di buono, lassù in direzione di Maastricht, dove pare abiti il diavolo …

Eccomi a transitare davanti al museo. Peccato che sarà travolto, poiché sorge proprio all’epicentro dell’area di caduta del corpo celeste. I reperti di maggior pregio che ornavano il porticato furono rubati l’anno scorso ed i falsi calchi, ordinati dal competente ministero in sostituzione degli originali, non sono ancora stati spediti. Le poche mummie rimaste nel piano sotterraneo sono in grandi sarcofaghi, dal coperchio inamovibile; figuriamoci se non reggeranno per altri millenni addormentate nell’abbraccio di granito … I futuri archeologi potrebbero essere indotti un giorno a rivedere i confini del regno dei Faraoni, aggiornandone il resoconto dei flagelli.

Il cinema multisala, dove s’è svolta, in quella più capace, la due giorni dello show politico di Forza Calzamaglia è anch’esso deserto, come pure spente le vetrine di negozietti e botteghe specializzate della galleria: quello dei tricicli li ha venduti tutti, la Casa della Margherita è senza un fiore, il tabaccaio è scappato con le marche da bollo e le sue sigarette mortifere, il discount pare un emiciclo vuoto, i vari scaffali in attesa di impossibili forniture. I prezzi in euro stanno lì sornioni sui loro cartellini ammiccanti ad attendere merci e consumatori che non arriveranno…. La galleria ormai risuona soltanto dei miei passi.

Esco e riprendo il cammino all’aperto, verso la spiaggia che costeggia il lungomare. Dal vicino zoo cittadino, ormai ridotto ad ospitare animali mansifatti, viene il tanfo dei quadrupedi presi d’assalto dai butteri improvvisati nella civica fuga. Gli elefanti erano stati già prelevati da Swarowski per fare cristalli con gli occhi di perlina da vendere nel paese dell’illusione, mondo raffinato dove andavano di gran moda anche gli acchiappapolvere a forma di orsi bruni, tartarughe verdi, tigri bianche, foche monache, calamari, totani, polipetti, cozze, canolicchi e vongole veraci ….

Allo zoo erano rimasti, prima dell’evacuazione, soltanto buoi, somari, asinelli e qualche vacca, per contribuire alla fornitura autarchica di latte, carni, pelli e derivati, ora persino divenuti preziosi veicoli di salvezza.

Pecore e maiali non ce n’erano da tempo nella città, a loro preclusa in seguito a due devastanti epidemie. Per le rigide norme del cordone sanitario vigeva tuttora il divieto d’ingresso per questi rischiosi animali nelle città minori, prive di strutture non adeguatamente attrezzate per il rigoroso monitoraggio preventivo. Quando serve una pecora o un maiale basta accordarsi con il Ministero delle risorse agricole, deputato a gestire l’apposito allevamento unico centralizzato, nella capitale. La richiesta d’un maiale, ad esempio, va corredata dal relativo pagamento e subito un maiale tra tanti lo si trova in quegli stabbi. Così per le pecore, ché anche quelle non sono da meno dei porci.

Ma eccomi frattanto in Piazza Grande, dove troneggiano la biblioteca, i palazzi sedi di rappresentanza delle principali consorterie, banche, loggia P3 e delle altre corporazioni, merciai, musici, cardatori di lana, notai, commercialisti, legulei, ecc…. Le facciate sono chiuse sulla loro solennità architettonica. Tra esse troneggia il Duomo romano gotico, il bel portale sbarrato, il rosone che pare intarsiato di fili di marmo e lo diresti un diffusore di salmi che pregano da secoli cosicché, se uno ha piacere di ascoltare l’eco di un rito, potrebbe farlo anche all’aperto. Imbocco il viale alberato che si apre sulla piazzetta del mercato. Le bancarelle sono vuote, perché i commercianti hanno preso euro per lire e si sono affrettati a riporre le loro residue mercanzie con un paio d’ore d’anticipo sul termine di sgombero, dopo aver venduto tutta la merce deperibile al 50%, prezzi di saldo, ossia al prezzo pieno prima della “conversione” in Euro, così da trasferire sul consumatore il rischio di marcescenza …

Passeggio costeggiando lo stadio anch’esso vuoto come una zucca, la cinta tappezzata di scritte che sembrano murales … Prenderei volentieri un gelato o un dolce con panna, ma non c’è più un solo bar aperto…

Entro nei giardini pubblici, districandomi senza troppe esitazioni nel tortuoso labirinto di siepi di bosso che occupa la porzione laterale, verso monte: un’altalena ancora dondola nella piccola radura tra i giochi abbandonati dai bimbi strappati da mani d’ansia ed il toboga non riecheggia più delle spensierate grida di gioia dei ragazzi ….

Decido per un giretto nell’attiguo parco: aiole bellissime, piante di rosa vestite di colori e profumi e tulipani che si ergono sugli steli con un portamento quasi sfacciato, tanto diresti pieno di voluttà, calici carnosi stagliati nella luce come coppe procaci che la notte mesce di rugiada. Aleggia su tutti il profumo intenso, inebriante, di bergamotto combinato con quello dei generosi fiori di magnolia e l’aria sente di limone come se dalla fontana sprizzasse acqua selvaggia di colonia. Una brezza leggera spinta dal possente getto mi circonfonde ed ottunde i sensi. Una figura avanza col passo di chi danza agli scrosci della fontana… Convergo macchinalmente nella sua direzione e riconosco il bibliotecario che non incontravo da lungo tempo, l’uomo più dotto della città, che tutti credevano depresso e paranoico. Conduceva vita riservata tutta spesa nel sapere, immerso per molte ore al giorno, perfino certe notti, nella sua ricca biblioteca fortunatamente mandata in salvo, tra codici miniati, tomi legati in tela impressa di ghirigori dorati, faldoni apparentemente anodini, ma zeppi di documenti di valore pressoché inestimabile, brevi ai principi, bolle imperiali, verbali di concili, anatemi papali, magne carte, ricette di veleni, vite di santi, prolusioni di baroni, prediche pasquali, carte dei vini, omelie d’abati, canti dei natali, ricette afrodisiache, discorsi temporali, odi barbare, prose romane, salmi responsoriali, leggi palatine, trattati sulla guerra, mappe stellari, diari di viaggio, rotte di galere, racconti di crociate, frammenti d’aubusson e piviali iridescenti, allegorie di regime, sentenze supponenti, miniature in capo dei trattati, interrogatori roventi, copie di decreti, bandi decretali, fili d’oro e chiose su broccati, gazzette ufficiali, mottetti sui peccati, erbari e manuali curativi, ali di farfalla, racconti di gazzarre, pelli di lucertole basite, mute di basilisco e rospi rinsecchiti, dichiarazioni d’amore, ricette per frittelle, biglietti delle suore ed ogni altra collazione e trascrizione e fragmenta che la famiglia antiquaria non ne farebbe certo senza.

Negli armaria delle carte e dei reperti di sì gran pregio, tutti posti in salvo, v’era un codice tenuto per autentico delle profezie di Nostradamus, oggetto delle minuziose ricerche di questo umile e colto umanista, la cui civica considerazione era tuttavia di gran lunga sotto il merito, poiché tenuto dalla sua città per un misantropo schizoide ….

Al mio rispettoso cenno di saluto risponde con un sorriso breve ed ammiccante ed io istintivamente mi volto e prendo a seguire la sua orma, come se avessi ricevuto un suo ordine: sento che mi sta come trasciando sulla sua via. Una forza muta e subitanea governa i miei passi e ne seguo il solco. Si sta dirigendo dapprima lento, via via accelerando, verso il mare. Io sempre al seguito, come incapace di deviare. Passiamo dal belvedere, dove lo sguardo si schiude sul mistero delle maree governate dalla luna, onde i segni lasciano scisti profondi per l'ira delle burrasche flagellanti, come quella che ha preso a brontolare ancora al largo, che già incupisce un bel tratto d’orizzonte dividendolo in luce ed ombra. La spiaggetta riparata accoglie minuscoli crostacei incessantemente scambiati tra il rullare dei sassi, pegno di eterno principio vitale che da sempre il mare porta in terra, accarezzandone i sassi con moto perpetuo, incessante abbraccio che l’onda avvolge e lascia per ritornare a lambire….

Lo seguo sempre, come un automa; non si volge mai indietro, sicuro come una guida. Io soffermo lo sguardo al belvedere, dove l’occhio spazia per catturarne l’angolo d’orizzonte che concentra giochi di luce minerale sulla cala. L’orizzonte già rilancia ombre colorate di rossiccio sulla guancia del basalto. Ora il passo d’entrambi è velocissimo; io arranco, salgo trafelato all’erta che conduce sul punto più alto della scogliera, le gambe tremano, non per la fatica, bensì per l’emozione di quella camminata senza una meta consapevole: non io scelgo il mio cammino; sento che si compie per decisione altrui, memoria d’infanzia, quando il bambino fiducioso è condotto dalla mano affettuosa, che pure vorrebbe vincere, per affrancarsi dalla prigionia d’una guida erma e dolce, mentre la testolina ribelle cercava con lo sguardo scorci di eventi del mondo dei grandi, per intuirne sussurrati misteri di vita, discorsi rubati ai confusi bisbigli, turbinio d’emozioni velate e presto svelate caoticamente, come se la vita si dovesse concentrare nel breve spazio d’un sogno al guinzaglio ed il tempo essere percepito come una lusinga dormiente, risveglio improvviso nel frusciare d’amori, passioni, parole ed atti abbandonati alla dolcezza d’istanti rubati al tempo, nell’attesa d’appropriarsi d’un fazzoletto d'eternità ….

Eccoci al punto più alto della scogliera, dove il rabbioso sferzare dell’onda manda schiume di burrasca ed il volume impetuoso delle acque si frange in onde come tanti abbracci insistenti e rabbiosi. Lavano ruzzoli di pietre, ricadendo come un maglio sui massi giù, al piede della calanca scavata dai tonfi di macigni liquidi. L’odore di mistero si potrebbe trangugiare con l’aria…. Sono assorto, intontito, sfinito e mi pare di essermi sorpreso ad avere paura…. Una vertigine s’impossessa del mio essere un niente che trema… La mano amica mi si posa sulla spalla, mentre credo di cadere…. il capo è oltre la ringhiera corrosa e traballante, il finto riparo cede al sale della ruggine … Vorrei tornare su rovinosamente ribellandomi, ma sono già oltre la fradicia ringhiera … vedo occhi accesi di angelo indemoniato e il suo ghigno è diabolico come una sentenza inappellabile, la mano ancora protesa nella spinta insana ed improvvisa che schiantò contro di me il precario, inutile riparo sul punto più alto della scogliera, giù verso l’abisso dove le onde gorgogliano ritmicamente sulle grandi pietre…

 

scritto da eventualmente | 10:40 | commenti Torna su
 

venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: Marina

Guardo, dalla finestra, il cortile dal cielo a trapezio.
No,non esco...dovrei,invece...
La chiamano agorafobia ma,oggi,non ha più un nome.
Non ha neanche più modo di esistere.
Verrà spazzata,bruciata,sotterrata insieme a tutto il resto.
E con il cane al guinzaglio e la gatta nel trasportino,esco di casa.
Dopo anni.
Camminiamo adagio,frastornati.
Sopra di noi un cielo irreale, color albicocca matura.
Assolutamente dobbiamo giungere in Piazza Grande.
E'da dieci anni che ci sono stata.
Acceleriamo il passo e l'accentuato dondolio della cesta, disturba la gatta che emette un brontolio cupo.
"Zitta"- le dico a bassa voce-"Zitta".
C'è molta luce ma non ci sono ombre.
Sono sparite tutte.
Eliminate le ombre dei palazzi,degli alberi e delle persone.
Già,le persone...poche,non ce ne sono molte in giro...di vive,perlomeno...
Per terra ci sono dei cadaveri ed intorno gente pazza che ride...alcuni,certi di morire, hanno prima ucciso...
Ma non mi notano neppure,accecati dalla violenza della stolta vendetta,appena compiuta.
Mi sto avvicinando alla Piazza Grande.
Piazza Grande-parole che,fino a ieri, avrebbero fatto tremare la mia agorabia...ma ora io non sono più lei e lei non è più me...
Giungiamo in Piazza...è enorme...enorme e deserta...completamente deserta...
Vado verso la scalinata di marmo della chiesa e mi siedo sui gradini,lo sguardo che spazia senza il solito timore...
Il cane mi guarda,con i suoi occhi ciechi di vecchio saggio...si accuccia vicino a me...apro un libro che ho trovato sui gradini e inizio a leggere...

























scritto da eventualmente | 10:38 | commenti Torna su
 

venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: nur00

Quella mattina il sole era accecante.
Entravo nella mia aula e con me tanti altri ragazzi; quel giorno con l’ausilio della nostra guida ci sarebbe stato un dibattito filosofico seguito da una lezione di percussioni, sul prato li vicino.
Aspettavo che entrasse e mi misi seduta sulla mia poltrona. E’ rossa e arancione, ed ha un supporto rigido estraibile che uso per prendere appunti, che stavo giusto tirando fuori per scrivere alcuni pensieri che mi erano balenati nella mente alcuni minuti prima, quando dalla porta entrarono degli altri compagni che ci informarono che quel giorno non si sarebbero tenute lezioni nella nostra scuola, il perchè ce lo avrebbe spiegato il preside in aula magna.
Il nostro direttore si fece strada fra ragazzi eccitati con il suo solito carismatico sorriso che lascia trasparire la sua esperienza e sicurezza.
Il preside Nico è considerato una specie di guru tra di noi; è nato a Parigi e da giovane era un hippie, il suo cammino lo ha portato in India e in Africa, dove ha vissuto molti anni in villaggi, imparando la saggezza popolare. E’ diventato un insegnante di meditazione ed ha poi deciso di insegnare ai ragazzi della sua terra tutte le cose che sapeva del mondo e dell’uomo.

Si arrampicò sul palco, si schiarì un po’ la voce e aspettò il silenzio, che non tardò a venire.
“Ragazze e ragazzi, vi starete chiedendo perché mai siamo tutti qui riuniti.
Ebbene, dobbiamo informarvi di un’importante notizia.”
Nico fece una breve pausa, quasi per cercare di capire le nostre reazioni immediate, o per cercare dentro di se le parole migliori.
“Ci è stato comunicato dalle autorità e dagli osservatóri del paese che tra due giorni una grossa meteora cadrà sul nostro pianeta. Non c’è modo di salvarsi.”
La chiarezza e l’immediatezza che contraddistinguevano questo uomo si rivelarono scioccanti in quell’occasione.
Il brusio iniziale scomparve.
Nell’aula calò un silenzio impressionante, tanto che si sentiva solo il sottile fischio continuo del microfono.
Dopo alcuni secondi, Nico riprese:
“So che è una notizia sconvolgente, ma vi preghiamo di mantenere la calma. Viene da sé che la scuola chiuderà oggi stesso, non avrebbe senso lasciarla aperta. Fate ciò che sentite giusto fare, non vi disperate e tenete a mente tutto ciò che vi abbiamo insegnato in questi anni. Ciao ragazzi. Andate..”
Da quel momento mi isolai dal mondo, perché ero perfettamente consapevole che sarebbe impazzito.
Tornai a casa a piedi, il sole mi baciava la pelle e i pensieri correvano velocissimi.
I miei già sapevano tutto; mia madre aveva progettato di andare in chiesa a pregare per più tempo possibile, mio padre invece non si staccava più dal divano e guardava in tv quanti più notiziari possibili. Rimasi accanto a lui tanto quanto bastò per informarmi dell’ora precisa della caduta del meteorite.

Parlai ai miei genitori. Li ringraziai per tutto quello che avevano fatto nella mia vita e gli dissi che mi avrebbe fatto piacere rincontrarli da qualche altra parte, e che li amavo.
“Hey gente, io vado.”
“Dove vai?” chiese mia madre, “non resti con noi?”
“No mamma. Ciao!” Li baciai e me ne andai.

C’eravamo dati appuntamento io e lui, sul tavolino di pietra del lungomare.
Eravamo silenziosi.
Pensavamo a come trascorrere questi ultimi due giorni, e nel momento in cui esprimemmo le nostre idee, scoprimmo che coincidevano.
Non c’erano dubbi; I ragazzi avrebbero aspettato la morte celebrando la Vita, e dando quindi una grande grande festa per lei.
Chiamammo quindi tutti i nostri amici e tutti parvero entusiasti dell’idea. Un po’ di telefonate e tutti cominciarono a portare l’occorrente per la festa nel luogo prescelto.
C’è un belvedere che sovrasta la nostra città, e proprio dietro quel belvedere c’è un bel boschetto che sarebbe stato ideale per la nostra celebrazione.
Decidemmo che tutti gli invitati alla festa dovessero portare con loro una forma d’arte –che fosse musica, disegno, ballo, odore- che ritenessero giusto condividere con gli altri, prima della nostra morte.

Qualcosa che una volta nella vita bisogna assolutamente provare.
Eravamo giovani, e cercavamo di conoscere il più possibile fino all’ultimo.

Piano piano i ragazzi cominciarono ad accorrere. Alcuni erano visibilmente turbati, altri cercavano di mantenere la calma con nervosi sorrisi e altri erano apparentemente felici, come me.
Tutti –oltre all’arte da condividere- portarono con loro qualcosa; avevamo coperte, tende, chitarre, cibo, tamburi di ogni genere, droghe leggere e pesanti, sedie e sdraio, barbecue e alcoolici.
Accendemmo nel centro del boschetto un grosso falò, e cominciammo a festeggiare.
”Questa è la festa della vita!” – qualcuno gridò saltellando.
Dopo qualche ora l’ambiente era caldissimo; continuarono ad accorrere ragazzi e si erano già formati quelli che chiamammo “Angoli della conoscenza”.
In ogni angolo c’era qualcosa che valeva la pena conoscere; nel primo c’erano cd e vinili di ogni genere e si era venuta a creare un’immensa discoteca visto che ogni invitato aveva portato tutta la sua musica. Lo stesso fu per i libri e per l’arte visiva.
Un po’ più appartato, si era creato l’angolo della conoscenza per eccellenza, ovvero quello dedicato all’arte Zen e alla meditazione. Era un angolo sovraffollato, insieme a quello del sesso (che si era venuto a creare in un camping improvvisato un po’ più in là).
E così tutto il primo giorno di festeggiamenti passò per ragazzi e ragazze, che ampliarono i loro confini conoscitivi e poterono apprezzare e quindi amare molte più cose e persone.
Due riti fondamentali furono l’assistere, tutti seduti sul belvedere, al tramonto e successivamente all’alba del giorno dopo.
Alcuni piansero di gioia e altri di dolore, ma di fronte a quell’ultima divina manifestazione nessuno rimase indifferente.
Il secondo giorno gli animi erano oramai dilatati e forse anche grazie a sostanze alteranti, si era venuta a creare una coscienza unica fra i ragazzi, e tra i ragazzi e la terra.
Ci sentivamo tutti leggerissimi e pieni di energia, come se stessimo scoppiando da un momento all’altro.
Fu come se ognuno di noi si fosse solamente e profondamente convinto di esistere e basta.
Chi ancora non l’aveva imparato a scuola, apprese che questa consapevolezza sola, basta per far nascere nello spirito una fonte inesauribile e zampillante di pace e felicità, che nell’ultimo giorno di vita più che in ogni altro era necessario provare per poter dire di essere veramente vissuti.
Così, sorridendo al cielo ci sdraiammo tutti nell’erba, aspettando la fine della nostra Vita.















































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venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: colfavoredellenebbie

" Ssìssìssì…lo so, lo so… lo so che sono sempre in ritardo.

Non lo sapessi, ma lo so.

La parola “ritardo” ha sempre segnato la mia vita .

Dall’annuncio della mia nascita in poi…

Tutte le mamme con la mano palpitante sul cuore dicono “Tesoro, fra un po’ saremo in 3, in 4, in 5 (dipende dai transiti della luna, si sa…)…, la mia no…la mia ha detto…. “Accidenti…cosa vorrà dire ‘sto ritardo’ ”? e dopo 8 mesi e qualche giorno fuori termine sono nato io.

Come…come dice?... No, non sento bene. Qui tutto è disturbato e questa polvere grigia pizzica, dio se pizzica, e brucia anche un po’…gli occhi, si, brucia gli occhi.

Ecco , appunto, dicevo…. io ho eliminato gli orologi dalla mia vita, sì…perché vedere quell’ andare e tornare, quell’andare e tornare di numeri, uno sull’altro, in fila indiana, mi è fastidioso, troppo fastidioso, quasi come una persona che raccoglie col cucchiaino lo zucchero nell’ultima goccia di caffè…clang clang… il cucchiaino batte i bordi…. sì sì, anche i minuti, battono i bordi e fanno clang clang…e io basta, niente orologi, no-no-no-no e niente calendari… e poi, e poi cosa me ne faccio dei calendari, io, nella saletta sotterranea della biblioteca..?

Nulla.

Non servono a nulla…Io sono il Grande Lettore, il Selezionatore dei testi che si diramano in ogni punto informatico di lettura… Io non esco mai…che esco a fare?…Io respiro l’aria che mi serve, qui, e non ho orari... Il cibo, dice…beh…mica è un problema…dalla mensa arriva quello che mi serve…già, lo sarà ora, forse, un problema … mah…

Sì, certo che mi dispiace… Ovvio che mi dispiace.

Ma avevo rimosso… stavo leggendo un vecchio libro, koff koff…fastidiosa questa polvere… e, sì, ho sentito l’ultimo allarme, davvero l’ho sentito…ma il libro mi teneva…mi chiamava…

Lo sanno tutti che amo Bufalino, via… lo sanno tutti….

Le ultime righe di Argo, poi…

E così mi sono dimenticato di uscire: era pronta la valigia....Ho sentito quel boato e insieme lo screpolarsi di un cristallo ….sono corso fuori….Difficile dire cosa stia succedendo…solo questa polvere di cristallo… aria azzurra.

Sì, comandante, capisco…La colpa è solo mia….dovevo ricordare l’orario di partenza…L’ultima astronave…già… sempre in ritardo… Ah, la sento sempre più lontana…Il cellulare spaziale sta spegnendosi…Koff koff…è polvere che taglia, ….peccato.

Sì, gentile a preoccuparsi per me… Posso regalarle quest’ultima frase, gliela leggo?….Non c’è tempo? Ah, buon mondo nuovo, allora,… comandante…. Lei dice il tutto per il nulla?

La vita per una frase?

Forse…o tutta la vita in una frase?

La leggerò comunque, per voi, guardando verso l’alto… Primo sole a sinistra di Sirio? Bene, vi penserò… ma non dica che questa è solo una frase…no, non lo dica, per favore…

clic.

“Tu, poca, misteriosa vita, che posso dire di te?....Odiabile, amabile vita! Crudele, misericordiosa. Che cammini, cammini. E sei ora fra le mie mani: una spada, un’arancia, una rosa. Ci sei, non ci sei più: una nube, un vento, un profumo….Vita, più il tuo fuoco langue più l’amo. Gocciola di miele, non cadere. Minuto d’oro, non te ne andare…”


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venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: Alp

-Salaam aleikom, Baba..che c'e' di nuovo oggi?
-Aleiikom Salaam, Said..tutto come al solito, forse cade un altro meteorite, oggi..
- nooo..ma dimmi tu,n'altra ..ma saranno gli infedeli 'mericani a mandarle?
-Said, chenneso..è pure in ritardo..il nostro muezzin aveva detto alle 18, son quasi le 20 e ancora non si vede..
-See, si tengono il petrolio, e ci mandano i rifiuti..quasi quasi ci vorrebbe na piccola jiaad, neh che bello?
-La, Shockran..tienitela la tua piccola guerra santa, sono un fratello pacifista, io, me..

Meteorite?da?vollere pikkolo meteorite taskabile, gonfiabile, rigenerabile? In nostra piccola patria dei padri di Grrande Russia,
tenere grande deposito siberiano..io voi vendere e spedire vostra casa, se avere dollari..da?

(Si intravede sullo sfondo un disgustoso Puffo verde ,gonfio e lercio, che raccoglie firme
per bloccare l'invio di meteoriti spedite dagli extracomunitari da ricacciare nello spazio..)

Nel mentre, una gentilissima vecchietta sopravvissuta all'emergenza caldo dello scorso anno
si appresta, lentamente. molto lentamente, a scendere come al solito nel rifugio antiaereo rimasto aperto da quelle parti,
che si ricorda ancora dall'ultima guerra, quando c'erano gli invasori..i crucchi..
(ma oggi si sa..l'inglese è diventata la lingua piu diffusa..
.)












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venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: Momi

Sette euro sette per un posto nella fila centrale, effetti speciali sensoriali garantiti dalla tecnologia avanzata che fa del drive in "Paradiso" il massimo che si può avere qui in questo posto per tutto il resto dimenticato da Dio e dalla toponomastica. Con il microchip inserito nell’orecchio pare si possano provare emozioni, più forti sensazioni dei protagonisti di celluloide stessi. Le previsioni meteorologiche danno "leggermente perturbato", io e te però non ci facciamo scoraggiare mentre la maschera stacca il nostro paio d’ore di divertimento al sapore di pop corn.

Niente film "socialmente impegnati" stasera. La scelta l’hai fatta tu, "The day after tomorrow", ma ammetto che se racconta di una glaciazione, in questo pomeriggio che ci cola addosso, un brivido di un futuro anteriore non potrà che farci bene.

Scorrono i titoli di testa, s’inizia. Acufeni nel mio orecchio destro, quello con il microchip inserito, vorrei toglierlo ma non riesco, come se percepissi qualcosa che devo assolutamente sentire. Suoni che sembrano provenire da lontano, poi piano piano sempre più distinti. Morti e catastrofi in trentacinque millimetri si susseguono. Ti stringo la mano, non so perché, da due settimane parliamo anche di separarci. Cade qualcosa, sembra pioggia, no, non bagna, forse sabbia portata dal vento. Inizia a fare scuro, decido di chiudere gli occhi e immaginarmi là con l’eroe che cerca di portare in salvo la bella di turno. I sibili all’orecchio stanno diventando insopportabili, ma non posso, non riesco, cimice attaccata in intercettazione planetaria. Sogno. Sento muovere la terra, eccezionale il dolby sorround del Paradiso, pare persino che la sedia voglia staccarsi dal suolo, mi strappa la tua mano. Sogno. Sento urla in sottofondo, qualcuno grida "…meteorite…", forse avrà voluto dire "meteorologo", per le previsioni troppo ottimistiche, rumori assordanti, sempre di più, sogno. Un ultimo tremendo frastuono, silenzio. E’ finito il film. Apro gli occhi.

Sono persa nell’eco di qualche stella, quella che parla è la mia anima...

(stati emozionali di alcuni blogger nello stesso attimo in cui la terra sta per essere colpita da un meteorite...


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venerdì, giugno 11, 2004

Testimone:Ljubas

s'andò alla pietra

immensa, tonda, verde-

ritorno atteso


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venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: melusinach

Dondola l'altalena un po' cigolando.
Sara si culla nell'oscillare lento. Socchiude gli occhi e ascolta. Voci in lontananza, come echi. Cinguettio sottovoce. Il rombo atttenuato di una moto che passa. Clic.. clac.. clic...
Quasi si addormenta dondolando i piedi, dando la leggera spinta per non interrompere il movimento. Sente... un affannarsi diffuso, uno scalpiccio sempre più rumoroso. Gente che corre. L'altalena è nascosta giusto dietro il nocciolo più alto del boschetto. Nessuno la nota.
Corrono in silenzio, non vi sono grida.
Clic... clac... clic...
Stava pensando a sua madre. La vedeva, o meglio la immaginava intenta a preparare la cena.
Vedeva anche i compiti sul tavolino in sala, da completare.
Casa in ordine, abito in ordine, compiti quasi in ordine.
Clic... clac... clic...
Suo padre fuori per lavoro. Gianni, il fratello grande, da qualche parte a giocare con amici. Lei dondola.
Clic clac clic.
Molto silenzio, l'altalena si ferma piano.
Sara appoggia la punta dei piedi. A fatica apre gli occhi, che non vorrebbero guardare altrove che nella sua mente.
Tac, si appoggia.. respira, guarda.
Nulla, nessuno e nulla.
Un nulla di troppo le pare.
Cammina intorno, perlustra il parco. È un po' tardi ma troverà una scusa buona.
Li vede... ammutoliti.
Non guardano lì, si guardano intorno, come se cercassero cose.
Alcuni sorridono, alcuni sono smarriti.
Alcuni non si sa.
Lì c'è una grandissima sfera di roccia. Tutto un bucherello sulla superficie.
Il colore è grigio rosato, e ... strano... sembra leggera.
Sfiorando le persone accovacciate, quelle in piedi, quelle girate, Sara si avvicina e tocca la sfera.
È leggera in effetti, porosa, quasi tende a sbriciolarsi. Come un biscotto, pensa.
Ora che è vicina s'accorge che dalla sfera cadono cose.
Come piccole lucciole, come stelle filanti saltano dalla sfera alla gente.
E qualcuno sorride, qualcuno s'allarma, qualcuno gira lo sguardo altrove, pare non voglia raccogliere.
Eccola! Una piccola lucina le si lancia addosso, quasi l'abbraccia, si direbbe.
E intanto che sopraggiunge Sara intravede le immagini.
Di sua madre che gioca. Di suo padre che ride. Di Gianni che impigrisce.
Della sua stanza sommersa nel disordine colorato.
Si sente leggera, ora vuol correre.
Corre, prende la lucina, che in realtà, toccandola, è una piccola pietra grigiorosata, proprio come il meteorite.
La raccoglie nella mano e corre, corre a casa.
Ora sa che domani tornerà al parco con sua madre che gioca, con suo padre che ride e con Gianni che impigrisce.
E sul toboga aprirà gli occhi e domanderà... dai, vieni a giocare con me.. giochiamo insieme... vedrai che ridiamo e andiamo in alto in alto.
Il meteorite... ,
scoprì molti anni dopo,
era il meterorite delle cose sfuggite, scordate, svilite.
Le cose che rendono leggera la vita e che fanno disordine.
Disordine colorato.











































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venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: justannie

Interno sera. Lui e lei a tavola, dopo cena.

- Amore, devo parlarti…

- Se non vuoi mettere i piatti in lavastoviglie, preferirei che me lo dicessi senza tanti giri di parole. Con questa, sono novantasette volte in quattro anni che salti il tuo turno. E non mi rispondere che in cambio mi fai la pizza.

- No, non è questo. E’ che devi prepararti al peggio.

- Vuoi dire… neanche la lavatrice? Mi sembrava che il nostro ménage a due fosse improntato ad un modello di condivisione domestica delle responsabilità. Quello con l’approvazione della Federazione Italiana Psicoterapeuti della Coppia e la certificazione Iso2000 rilasciata dal Mondo di Quark; compilammo il coupon su “Chi”, te lo ricordi? Ma no, certo! E’ più comodo fingere di non ricordarselo, come è più comodo continuare a poggiare i calzini sul sacco della biancheria sporca, quando basterebbe una lieve pressione della mano per farli cadere all’interno.

- Ma ascoltami, ti prego. Solo pochi minuti e un meteorite precipit…

- E no, amore! Adesso basta. Ogni settimana la stessa storia. Una volta è il tornado, un’altra è l’eruzione del vulcano, poi l’invasione degli uccelli, l’alluvione, il terremoto, le cavallette, il maremoto, le fogne, la slavina assassina, i gas letali… e neanche mi ricordo più a quante piogge di meteoriti ho assistito nei mercoledì estivi di Canale 5.

- Ma dammi retta, questa volta è tutto vero. Secondo i calcoli degli scienziati, la traiettoria…

- Te la descrivo io la traiettoria, e senza essere uno scienziato. California, il meteorite cadrà in California, perché tutte le calamità naturali di questo pianeta si danno appuntamento a Los Angeles. E noi qui ce le beviamo. Ma credi, forse, che gli americani s’interessino alle voragini nell’asfalto che si aprono a Napoli? Seeeeeee…

- Amore, ti prego, non fare dell’ironia. Il meteorite sta per cader …

- Senti, amore, se mi stai dicendo che ti vuoi accaparrare il televisore del soggiorno anche stasera, prenditelo senza tante messinscena, io me ne vado in camera e adesso che ho la derivazione dell’adsl, sai che ti dico? Che il televisore posso buttarlo pure giù dalla finestra. Però ricorda che è così, è così, che la coppia scivola lungo i pericolosi sentieri dell’incomunicabilità. Karl Popper ci ha ammoniti: “Cattiva maestra televisione”! E Pio XII, cinquant’anni fa, diceva nell’enciclica “Miranda Prorsus” che questi moderni media possono condurre l’uomo nel regno della luce, del nobile e del bello, come possono condurlo nei domini delle tenebre e della depravazione, alla mercé di istinti sfrenati…

E’ a questo punto che lui, anche per onorare la lungimiranza della “Miranda Prorsus”, toglie ogni briglia ad impulsi a lungo trattenuti, afferra un tovagliolo e imbavaglia la sua deliziosa compagna, quindi la lega all’attaccapanni. Lei continua ad emettere mugolate invettive contro Canale 5, i palinsesti estivi, Fabrizio Del Noce, Mediaset, il Presidente del Consiglio, George Bush, i padri pellegrini del Mayflower.

Certochepperò la situazione si presenta irresistibilmente stuzzicante…

Questa sera d’inizio estate, all’interno 10 di un condominio tra tanti della Città dei Testimoni, i televisori rimangono spenti, e perfino i pc. Se cade il meteorite, lui e lei non se ne accorgono (quanto all’essere simultanei, perbacco se lo sono!).

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venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: Ellie

Chicco di Grandine

E' una di quelle sere in cui l'abitudine non sa più di niente. Non perchè d'un tratto sia diventata insapore, ma perchè così come sarebbe impossibile immaginare un nuovo colore fondamentale, la scena di diecimila teste puntate verso l'alto (come conigli abbagliati dai fari notturni delle macchine) ha un gusto nuovo che non sa quale parte della lingua stuzzicare.
Le vedo tutte da quassù, quelle teste. Forse sperano che il meteorite colpisca me per prima. E non solo perchè abito così in alto.
Il giornale mi arriva ancora, ma solo perchè fiumane di ragazzini in bici pregano il postino di portarmelo. Seguono la carretta della posta e ne approfittano per spiare, col naso incastrato nelle curve del cancello.
Uno degli aspetti positivi della solitudine è non dover strappare le erbacce del giardino per accogliere ospiti. E così la vegetazione invade il cancello e la casa e cresce insieme alla mia fama. In fondo sono un'istituzione, qui. Rappresento il rito di passaggio per ogni bambino coraggioso del circondario. Bussa e poi scappa e a volte urla se solo accendo la luce.
Ma stasera non starò a spiare i bisbigli sotto la finestra. C'è questa novità che non mi fa paura. Non più, almeno. Salgo su, nella mansarda, e apro il finestrino ovale ("Iiiiiih! Eccolaaa!"). Un puntino tremolante...sembra sempre più vicino. No, è solo una stella. Ma fosse il meteorite, forse lo inviterei a bere il caffè e gli domanderei se la sua esistenza è dolorosa quanto quella di una pittrice senza un occhio che odia parrucchieri e vestiti nuovi.
Sì, sì, sei più sfortunato di me. Ti odiano tutti, qui. Almeno la mia inaspettata condizione di strega cattiva desta curiosità e dà un nota di colore locale ("Sì, anche noi ce l'abbiamo la casa maledetta, che ti credi?"). Ma sai, in fondo questa nomea me la cerco. Tanto, ormai. A volte passeggio e bendo l'occhio che manca e guardo intorno a me con l'aria di una rocker maledetta. Le vecchiette di soppiatto si segnano con la croce. I bambini fuggono dietro le gonne. Qualche giovane mi guarda trasognato manco fossi una fonte d'ispirazione. Ma anche lui scapperà. Come tutti. Da me e dalla minaccia dal cielo. Che maleducazione, nessuno ad accoglierti. Ti aspetto io, và.
Caro meteorite, conosciamo i nostri segreti. Siamo come le cipolle. Tu ti sfalderai strato dopo strato incontrando l'atmosfera e somiglierai ad un chicco di grandine. Io aspetterò ancora qualcuno che voglia sbucciarmi. Da sola ci ho provato tante volte, ma tutti si sono fermati al primo strato, alle lacrimelle. E allora sai che ti dico, meteorite? Quando approderai nel mio giardino, rosso e umiliato dal nuovo aspetto, io ti infilerò in un freezer e ti tirerò fuori per chiacchierare qualche volta, per ridere di quando entrambi facevamo così paura.








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venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: feb71

Plipply, la gallinella in bicicletta, oggi correva ancora più veloce del solito. Il foularino rosso a pois bianchi si appiattiva tra le piume del collo e Plipply agitava di qua e di là il lungo becco color arancio. Aveva dimenticato spesso cose poco importanti, come quella di andare a togliere l'acqua che bolliva sul fuoco quando preparava un te', oppure l'ombrellino verdolino sotto il banco dell'ufficio postale, o addirittura, nel negozio dei regalini, i pacchetti che si era data tanta pena di comprare per Natale. Ma mai si era scordata di una cosa tanto importante. Doveva essere per le sei, sì. All'incirca era quella l'ora. Ma quella primavera era scoppiata così all'improvviso e con così tanta virulenza che Plipply ne era rimasta stupita ed ammaliata. E così si era scordata di tutto, di tutte le cose decise quando fuori annottava alle tre, e tazze di te' caldo ne preparava anche quattro al giorno per scaldarsi mentre fuori nevicava. Si era scordata di tutte le cose annotate su un'agendina dalla copertina rigida. Ogni foglio era dedicato ad un giorno dell'anno e Plipply, scrupolosamente, ci aveva appuntato le cose che avrebbe dovuto fare per ogni giorno dell'anno. Venerdì undici giugno, ore diciotto. Sì, era proprio alle ore diciotto e lei avrebbe impiegato ancora mezz'ora per arrivare dall'altra parte della città, lì dove...
- Buongiorno gallina Plipply.-
Dio no! L'eventualità di incontrare qualcuno da dover salutare era di per sé poco opportuna, ma che fra tutti quelli che potevano andarsene in giro alle cinque e mezzo, no dài cinque e ventotto del pomeriggio ci fosse la signorina Irma, no, questa era un'eventualità addirittura catastrofica. A Plipply non restò altro da fare che frenare rovinosamente, tossicchiare nella nube di polvere sollevata e voltarsi a rispondere al saluto.
- Buongiorno, signorina Irma.-
-Dove và così di fretta? Anche lei...?-
- Eh sì, anch'io. Lei non sa dove poter andare...?-
Plipply si morse la linguetta. Adesso la signorina Irma avrebbe risposto che no, non lo sapeva dove andare per questa particolare occasione e lei si sarebbe trovata costretta non soltanto ad invitarla, ma anche ad ospitarla sulla sua bicicletta e condurla fino al faro. Infatti lo sguardo della signorina Irma si era illuminato e Plipply decise che aveva soltanto un secondo per guadagnare un'uscita di sicurezza.
-Perché anch'io non so dove...cioè, non avrei saputo dove andare se avessi deciso di...-
Lo sguardo della signorina Irma si era illuminato ancor di più, al pensiero di cercarlo insieme, un posto dove fare ciò che andava fatto.
-Oh mi spiace, se lei non ha deciso non posso farci nulla. L'avrei volentieri invitata da alcune mie amiche, dove appunto sto andando per...-
Lo sguardo di Plipply saettò per un attimo, ecco che la signorina Irma aveva l'asso nella manica da tirare fuori in caso di necessità. Bene, questo la sottraeva anche dalla seccatura di dover fare conversazione.
-Allora non le faccio perdere altro tempo. Arrivederci!-
E prima che la sconcertata signorina Irma potesse replicare qualcosa, Plipply era sparita. Doveva recuperare il tempo perso ed allora decise di prendere una scorciatoia. Intanto intornno a lei cominciava a muoversi l'intera città. Gli autobus erano fermi in mezzo la strada, con gli sportelli spalancati ed i sedili vuoti, compreso quello del conducente. Le porte dei palazzi, delle case e dei negozi erano tutte lasciate aperte, così come le auto, abbandonate lungo le vie, le piazze, rimaste ferme nello stesso ordine in cui erano in fila ai semafori. Tutto sospeso, interrotto. Per pochi attimi o...
Plipply sentì qualcosa striderle dalle parti dell'orecchio sinistro, non riusciva a capire cosa fosse e non appena si voltò capì. Sui rami di un albero, un micetto, piccolissimo, deliziosissimo, era rimasto impigliato. A pochi centimetri più sotto era appoggiata la scala dei pompieri, che si erano accorti di quanto poco tempo fosse rimasto prima che...No, Plipply non poteva far finta di non averlo sentito e correre al faro senza ricordarsene. Sì, lo sapeva che dal faro era più sicuro poter ma al diavolo, stava perdendo comunque tempo, per l'una cosa e per l'altra. Così smontò rapida dalla bicicletta, afferrò la scala e si arrampicò con un'agilità che quel fascio di piume arruffate non avrebbero lasciato intuire. Il micetto si ritraeva leggermente, spaventatissimo ma Plipply cominciò a canticchiare una ninnananna, la solita. Lo sapeva che quelle erano le parole giuste da pronunciare per quel piccolo micetto spaventato e così le ruzzolò in grembo, un po' stupito, sentendosi subito al caldo.
Plipply sollevò la testa ed ecco che, fra i rami, scorse qualcosa di diverso nel cielo. Era arrivato il momento e lei non era preparata. Si trovava in bilico sulla scala dei pompieri, senza essersene ricordata prima che lei soffriva di vertigini. E dal faro sarebbe stato più sicuro, più sicuro sì...più sicuro che sarebbe riuscita a vedere il bellissimo, annunciato da mesi, atteso con impazienza spettacolo del meteorite che, coinvolto in una danza appassionata con la terra, avrebbe sfiorato il suo pianeta, oscurando per qualche minuto il sole. Dicevano che sarebbe stato per le sei dell'undici giugno. Ecco, le sei in punto.
Plipply socchiuse solo per un minuto gli occhi, mentre il micetto si accoccolava meglio nel suo grembo accennando una ninnananna di fusa. Non lo avrebbe mai creduto se qualcuno le avesse detto, anche soltanto pochi mesi prima, che avrebbe visto un meteorite danzare sospesa dai rami di un albero a ninnare un micetto, senza rete.

















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venerdì, giugno 11, 2004

Testimone: hladik

Tutto dipendeva da quel centesimo di grado (re-sol-sol)

Tutto dipendeva da quel centesimo di grado nell'incidenza che la traiettoria doveva avere rispetto all'atmosfera. Su quel centesimo di grado avevano discusso tutti, ma gli scienziati non erano arrivati ad un accordo. Calcoli e contro-prove non avevano sciolto l'estremo dubbio. Su una cosa invece erano tutti d'accordo: se la traiettoria avesse coinciso con il grado 36,24 il meteorite si sarebbe disintegrato completamente; invece se fosse stata di 36,23 gli scienziati avevano previsto che sulla città sarebbe arrivato un oggetto del diametro di circa venti metri che avrebbe causato un'esplosione simile alla bomba atomica di Hiroshima.

- “Ho il cuore in gola ora - risuonavano ancora queste parole alle sue orecchie mentre osservava dai suoi scogli il grande mare, e lo spumeggiare delle onde che gli appariva oggi come l'irrisorio velo del pensiero sopra alla profondità abissale delle emozioni - ma non perché potrai morire, hai voluto dimostrarmi oggi che conto meno di questi posti per te e questo è già avermi fatta morire, ma io morta dentro non lascerò che il mio corpo si immoli allo stesso tuo stupido sacrificio … un posto non conta niente, men che meno conta qualcosa un posto stupido come questa città di depressi”.

Erano le ultime parole che lei gli disse dopo otto anni che la loro vita era stata una sola. E pensare che quando l’irrisolta diagnosi fu definitivamente formulata lei era arrivata tutta allegra a dirgli: “è l'occasione buona per cambiare aria”. Quel suo gelido: “io non mi muovo da qui”, fu la fine.

Re-sol-sol. Suonava nella sua testa l’arietta dell’ultima sonata. Era stata composta nel 1820, o giù di lì, si è forse qualche anno dopo, ma prima della sua morte, prima del 1827. Però aveva sempre pensato che se la storia fosse il disegno razionale di un artefice, quella avrebbe dovuto essere non l'ultima delle sonate di Beethoven, ma l'ultima musica da comporre e l'ultima musica da ascoltare.

Chiuse un secondo gli occhi e si girò, non voleva che i suoi occhi vedessero scivolare verso il nulla del non sguardo, quel grande mare, voleva chiuderli mentre era ancora pieno e rigoglioso, per riaprirli verso la terra. Mosse dei passi indolenti, li percepì subito come insopportabili. Questo senso di fine gli impediva la naturalezza di un movimento, raggelò.

Arrivò ai giardini, l'altalena pendeva immota, nessuno per strada.

Re-sol-sol. C'era una cosa in quel movimento della sonata che gli aveva da sempre catturato ogni sentimento. Era il senso di balbuzie di fronte alla fine. Ci sono intere sequenze di quella musica che non si risolvono, che ti lasciano in uno stato di totale sospensione. È la percezione dell'uomo che non sà più dire nulla e che proprio in quell'esatto momento sente che il suo silenzio è la cosa più timida e perfetta della sua vita.

E poi quel trillo, lunghissimo, era un sogno quello, ma si rese conto finalmente che quello era il suo desiderio: svanire ma dopo aver fatto un po’ di silenzio e pensato che quel silenzio era giusto e perfetto.

Un occhiata all’orologio. Mancavano due minuti. Forse.

Re-sol-sol. E poi ci sono degli istanti di quel tempo di sonata, che un movimento inizia a sciogliersi, ma sì, ma è il movimento di chi passeggia su un prato di margherite prima della sua morte e sente tutta la dolcezza del mondo per ogni cosa. Tanto che questa dolcezza riusciva a svagarlo dalla vita e a non sentire più paura, ma una sorta di inconclusa gratitudine.

Alzò gli occhi verso il cielo. Gli parve di vedere la capocchia di uno spillo, bianca, puntata sull’azzzurro del cielo. Giovinezza. Sguardi. Abbracci non dati, ma che belli che erano stati quei pochi. Sospensione del tempo.

Una nuvola di luce bianca lo accolse sul trillo. A portare i suoi sogni dove non erano mai potuti stare.


scritto da eventualmente | 10:27 | commenti (1) Torna su